Vorrei cominciare così la terza ed ultima parte di questa mini-serie dedicata non solo al libro di Kate Bornstein “Gender outlaw: on men, women, and the rest of us,” ma anche e soprattutto alla possibilità di riflettere sulla più generica necessità che ognuno di noi ha di definirsi davanti agli altri e davanti a noi stessi. La mia domanda a questo punto potrebbe essere questa: perché ci troviamo spesso alla ricerca di una definizione che ci possa permettere di classificare noi stessi e gli altri attraverso categorie ed etichette?
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Kate Bornstein – “Gender Outlaw” pt.2
Nel parlare di genere o identità di genere si tende a favorire un’immagine chiara e ben delineata. E’ come se ci fosse la necessità o l’urgenza di capire immediatamente se la persona che abbiamo davanti sia un uomo o una donna. Nel caso in cui il dubbio dovesse rimanere tendiamo a cercare conferme nel modo di parlare, nell’atteggiamento, nella professione, nel partner, o in qualsiasi altro schema sociale a noi conosciuto. … stavo pensando: ma … rinchiudere chi ci circonda in categorie fisse e immutabili (siano esse inclusive o esclusive) non mette anche noi stessi nelle condizioni di sceglierci un gruppo con il quale identificarci e lì stare? Creare in maniera socio-culturale (e quindi sistematica) delle diversità da isolare, non fa essere tutti noi un po’ più soli in questo mondo?
Kate Bornstein – “Gender Outlaw” pt.1
La necessità di avere una personalità che si possa riconoscere facilmente deriva dalla necessità delle persone che incontriamo di poterci leggere, interpretare, e quindi classificare (con il minimo sforzo possibile) attraverso l’utilizzo di schemi già noti. Nell’ambito di identità di genere e sessualità questa necessità di stabilire dei limiti entro cui determinare le caratteristiche di una piuttosto che di un’altra categoria sono ancora molto evidenti e, aggiungerei, ancora piuttosto rigide.