DIFFICOLTA’: Media
Non credo che il libro sia disponibile in lingua italiana; il titolo in italiano è una mia libera traduzione dall’inglese. E’ richiesto un livello C1 di inglese e i concetti necessitano di riflessione.
Lingua Originale: Inglese USA
Perché ci risulta difficile distinguere e descrivere con accuratezza la fisionomia di persone che appartengono ad un’etnia diversa dalla nostra?
L’effetto Other-Race (ORE) è la tendenza a riconoscere e ricordare i volti della propria razza più prontamente rispetto a quelli delle altre razze.
l’effetto other race – l’effetto razza
L’effetto razza (Other-Race Effect, ORE) è un insieme di fenomeni in cui i volti della propria etnia vengono elaborati in modo diverso da quelli appartenenti ad altre etnie.
Le persone riconoscono con maggiore facilità la fisionomia degli individui che appartengono alla loro stessa etnia rispetto ai volti di individui appartenenti ad etnie diverse. Già all’età di 3 mesi il cervello dei bambini reagisce con più forza alle facce delle persone che vedono con maggiore frequenza. Il nostro cervello genera una preferenza per quei volti a discapito delle abilità necessarie per riconoscerne altri meno rilevanti ed elabora con maggiore efficacia le facce che evocano un senso di familiarità. (p.14)
la competenze individuali hanno la loro firma neurobiologica: modificano la struttura del nostro cervello.
Il cervello può essere alterato dall’esperienza.
Per esempio, quando un individuo diventa cieco, il lobo occipitale, tipicamente dedicato ad elaborare stimoli visivi, può convertirsi alla codificazioni di altri stimoli, inclusi quelli che coinvolgono l’udito e il tatto.
Un altro studio effettuato sui tassisti di Londra ha mostrato una significativa differenza nella struttura dell’ippocampo, la parte de cervello che gioca un ruolo fondamentale nella memoria spaziale e di navigazione. Dovendo imparare la struttura di oltre 25mila strade londinesi, l’esperienza di navigazione dei tassisti fu associata ad un aumento della materia grigia. Quando paragonati al gruppo di controllo costituito da persone che non esercitavano quella professione, i tassisti londinesi mostravano un ingrossamento della parte posteriore della regione dell’ippocampo. Infatti, più la persona aveva esperienza in quel mestiere, più estesa era quella regione del cervello. (p.16)
repetition suppression = è come se il nostro cervello dicesse “siccome abbiamo già visto/fatto questa cosa più volte non c’è motivo di prestarvi particolare attenzione” e l’attività neurologica diminuisce
Il cervello perde coinvolgimento quando confrontato con stimoli che non gli risultano nuovi.
In uno studio sulla capacità delle persone bianche di riconoscere e differenziare i lineamenti di persone di colore è stato dimostrato che, sebbene esposti a volti diversi, il cervello delle persone bianche elaborava ciò che vedeva come se ogni viso appartenesse allo stesso stimolo.
Mi spiego meglio. Un po’ complice l’effetto Other Race che abbiamo visto all’inizio di questo articolo, un po’ colpa della repetition suppression, nel vedere volti di persone nere il cervello degli individui bianchi li registrava come se fossero tutti la stessa cosa; come se non ci fossero caratteristiche particolari o tratti distintivi a differenziare una faccia dall’altra. Tutti appartenevano alla stessa categoria: “black face.” Nel momento in cui i volti vengono categorizzati come membri esterni al nostro gruppo di appartenenza, non vengono elaborati così profondamente o identificati per le loro peculiarità. (p.26)
Questo, insieme ai motivi elencati sopra spiega perché risulta spesso difficile descrivere nei dettagli la fisionomia di persone esterne al nostro gruppo etnico di appartenenza. Per questo motivo spesso si dice “ma sono tutti uguali.”
Categorizzazione, bias (pregiudizi) e stereotipi
ma allo stesso tempo la categorizzazione rappresenta uno strumento fondamentale che il nostro cervello é programmato ad usare.
La categorizzazione può essere un precursore del bias.
Lo sapevate che nella maggior parte dei casi noi non vediamo e poi definiamo, ma prima definiamo e poi vediamo? In un mondo in cui siamo continuamente bombardati di stimoli, il nostro cervello seleziona ciò che la nostra cultura ha già definito per noi. Di conseguenza, tendiamo a percepire ciò che vediamo sotto forma di stereotipi.
Gli stereotipi possono essere descritti come una foto, uno schema fissato nella nostra mente che rappresenta impressioni soggettive (determinate e influenzate dalla nostra cultura di appartenenza) espresse come verità oggettive. (p.32) Nel caso degli Stati Uniti, questo fenomeno si esprime attraverso l’associazione quasi automatica fra persona di colore e il concetto di violenza, aggressività e pericolosità.
proprio come il nostro cervello usa la categorizzazione per garantire un senso di coerenza e controllo nei confronti di un mondo caotico, è anche in grado di utilizzare un’attenzione selettiva per focalizzarsi su una situazione. specifica
Attenzione selettiva
Non possiamo assimilare tutti gli stimoli con i quali entriamo costantemente in contatto. Per questo motivo, in base ai nostri obbiettivi e alle nostre aspettative, facciamo scelte – spesso inconsciamente – riguardanti ciò che notiamo e ciò che invece ignoriamo.
FACCIAMO UN ESPERIMENTO!!! Riesci a contare quanti passaggi fanno i membri appartenenti alla squadra con la maglietta bianca? Mi raccomando, fai partire il video e concentrati.
L’esperimento condotto da Daniel Simons e Christopher Chabris ha rivelato che le persone erano così concentrate a contare il numero dei passaggi che più della metà di loro non ha notato il gorilla che entra nella stanza. Questo succede perché la loro attenzione è completamente rivolta al compito assegnato e il loro cervello registra il gorilla come irrilevante. (p.85)
Il gorilla invisibile ci ricorda di quanto possa essere selettiva la percezione che noi abbiamo del mondo che ci circonda. Il cervello mette in atto questo meccanismo ogni giorno. Ciò che vediamo e viviamo dipende da ciò che la nostra mente riconosce e classifica come rilevante.
questo rende l’attenzione un meccanismo per riaffermare ciò che crediamo essere vero del mondo.
Le persone scelgono ciò a cui prestare attenzione sulla base delle idee che già sono presenti nel loro cervello.
Per esempio, il paragone estremamente diffuso (e offensivo) fra le persone di colore e i primati focalizza la nostra attenzione su alcuni tratti del viso che, in circostanze diverse, probabilmente non avremmo mai notato. L’attenzione diretta ad alcuni tratti piuttosto che ad altri serve a rinforzare l’associazione già presente nella nostra mente. L’affermazione secondo cui le persone nere assomigliano alle scimmie ci fa vedere tratti che automaticamente associamo all’animale.
Tuttavia, se culturalmente noi non avessimo mai sentito parlare di questa associazione, il nostro cervello probabilmente non avrebbe mai pensato ad un’eventuale somiglianza. Il solo parlarne, sposta l’attenzione su ciò di cui il cervello ha bisogno per confermare quella categorizzazione. Vediamo il mondo nel modo in cui siamo stati preparati a vederlo, sebbene questi meccanismi abbiano luogo in maniera inconscia. (p.144)
La presenza degli altri influenza la nostra percezione del pericolo?
Nel 1986 i ricercatori Bibb Latane e John Darley condussero un esperimento di psicologia sociale per misurare in che modo la presenza di altre persone può influenzare la nostra percezione del pericolo.
Ai partecipanti veniva richiesto di completare un questionario e venivano fatti accomodare in una stanza. Alcuni erano in questa stanza da soli, mentre altri erano insieme a studenti il cui ruolo era quello di recitare una parte poiché appartenevano al team dei ricercatori. Guardate cosa succede nelle due diverse situazioni quando del fumo entra nella stanza!
I ragazzi complici dei ricercatori avevano il compito di ignorare il fumo bianco. In questa situazione di collettività il 90% dei soggetti che hanno partecipato allo studio hanno seguito gli “attori” e hanno ignorato il fumo. Solo un 10% è uscito dalla stanza per cercare aiuto.
Questo studio dimostra che nella maggior parte delle volte guardiamo chi ci circonda per trovare una chiave di interpretazione ad una data situazione. Una situazione di pericolo viene interpretata come tale nel momento in cui chi ci circonda la percepisce come effettivamente pericolosa.
Portando l’esperimento ad un livello superiore, si potrebbe persino affermare che anche chi ci circonda e l’idea che ci siamo fatti di quelle persone può influenzare il nostro potere decisionale. Se questi individui ci ispirano fiducia siamo più portati a seguire il loro comportamento, se al contrario li percepiamo come “inferiori” o incapaci saremo più portati a prendere l’iniziativa. (p.127)
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Il potere del contesto per indebolire i pregiudizi
Lo sapevate che quando siamo portati ad affrontare un nemico comune i nostri pregiudizi nei confronti dell’altro si dissolvono temporaneamente per via della necessità di fare gruppo al fine di sopravvivere? (p.202) Ci alleiamo con il nemico per non morire. Tuttavia, una volta passato il pericolo è probabile che si torni nemici.
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Il potere del contesto per rafforzare i pregiudizi
Lo sapevate che sentirsi in inferiorità numerica aumenta la percezione di pericolo generata da ciò che consideriamo non appartenente al nostro gruppo? Infatti, il senso di inferiorità numerica percepito dalla popolazione bianca in seguito alle forti ondate migratorie degli ultimi decenni può generare una sorta di percezione di minaccia. Questo sorge nel momento in cui il senso di dominio e di privilegio dato per scontato fino a quel momento viene messo in pericolo dall’entrata di nuovi partecipanti nella società. (p.231)
CONCLUSIONE:
Il potere di questo libro sta nel ricordarci che la diversità da sola non è sufficiente per eliminare i pregiudizi. Rappresenta sicuramente un inizio, ma deve essere seguita da un costante impegno al dialogo e al confronto.
Il nostro cervello è un’opera d’arte che deve essere plasmata, un muscolo che deve essere allenato alla diversità e alla riflessione. Non dobbiamo essere schiavi delle strutture all’interno delle quali cresciamo, ma esserne consapevoli per vederle e cambiare il modo in cui la nostra mente le utilizza per dare un senso alla realtà che ci circonda.
Consapevoli del fatto che spesso ci troveremo ad affrontare discussioni scomode, imbarazzanti e probabilmente sgradevoli, non dobbiamo mai dimenticare che è proprio da questo tipo di confronto che si sviluppa una maggiore comprensione verso ciò che non conosciamo.
Questo è il messaggio che ci lascia Jennifer L. Eberhardt nel suo libro “Biased: Uncovering the Hidden Prejudices that Shape our Lives.”
I pregiudizi possono anche non essere facili da riconoscere e combattere, ma possono essere affrontati. E come si è visto, il solo credere che possano essere affrontati rappresenta un ingrediente fondamentale per il progresso.
p. 293
Eberhardt J. L. (2019). Biased: The hidden prejudices that shape our lives. Windmill Books: London (UK)