Hermann Hesse (Calw, Germania 1877 – Montagnola, Collina d’Oro, Svizzera 1962)
Probabilmente conosciuto soprattutto per Siddharta (1922), non tutti forse sanno che i primi passi letterari Hesse li muove in veste di poeta. Meno nota ma di indiscusso pregio é infatti la sua ampia produzione in versi. Se le liriche giovanili dei Canti romantici rivelano l’influsso dei poeti dell’800 come Uhland ed Eichendorff, le poesie di Krisis (Crisi, 1928) possiedono una violenza espressiva che si stempererà nelle raccolte più tarde, come Stufen (Gradini, 1961) per ricomporsi nella caratteristica essenziale di tutta la poesia di Hesse: la musicalità. La musica é un importante elemento tematico e strutturale che percorre gran parte della sua prosa.
Siddharta é il romanzo della ricerca del Sé e dell’identificazione con esso. Il tentativo di superamento dell’io ritorna nel Lupo della steppa (1927) come “accettazione della molteplicità della propria natura.” Questo lungo racconto ha una struttura inconsueta. E’ suddiviso in tre parti: una prefazione del curatore, le memorie del protagonista, cui segue il trattato del lupo della steppa, e l’introduzione al “teatro magico.” In realtà si tratta di una sorta di romanzo di formazione al contrario che narra la crisi di un cinquantenne, Harry Haller [curiosità: il nome del personaggio ha le stesse iniziali di Hermann Hesse]. Scisso fra civiltà e natura, tra vita culturale e vita istintiva, tra uomo e lupo, Haller decide di porre fine alla sua vita. Ma l’incontro con un’ambigua figura femminile lo avvicinerà a valori della vita semplice, aiutandolo a ricostruire l’armonia fra natura e spirito attraverso la presa di coscienza delle infinite possibilità dell’esistenza.
Infine bisogna ricordare le migliaia di lettere che Hesse ricevette e scrisse ai lettori di tutto il mondo: schivo e solitario, egli fu sempre molto disponibile al contatto epistolare con il suo pubblico che gli chiedeva consigli su questioni letterarie, ma anche su temi più genericamente esistenziali. Per molti rappresentò un vero maestro di vita.
Tratto dall’Introduzione all’opera a cura di Daniela Idra (pp. 7-23)
DIFFICOLTA’: medio-alta
Estremamente introspettivo, regala grandissimi spunti di riflessione. La sua difficoltà é data dalla struttura dell’opera stessa, ma soprattutto dalla narrazione in prima persona, sempre al limite fra sogno e realtà. Crisi esistenziale e sofferenza psicologica la fanno da padrone. Una seconda lettura é quasi necessaria per poterne apprezzare tutte le sfumature. In generale, consigliatissimo a chi vuole essere trasportato in un mondo il cui confine fra psicoanalisi ed esperienza é quasi impercettibile.
LINGUA ORIGINALE: tedesco
PREFAZIONE DEL CURATORE
“Bisognerebbe essere orgogliosi del dolore. Ogni dolore ci rammenta il nostro alto livello.“
p. 45
“La maggior parte degli uomini non vuol nuotare prima di saper nuotare.” Spiritosa vero? Certo che non vogliono nuotare. Sono nati per la terra, non per l’acqua. E naturalmente non vogliono pensare. Infatti sono nati per la vita, non per il pensiero. Già, e chi pensa, chi concentra la vita nel pensiero può andare molto avanti, é vero, ma ha scambiato la terra con l’acqua e a un certo momento affogherà.
p. 45
MEMORIE DI HARRY HALLER
Soltanto per pazzi
Sono una bella cosa la contentezza, l’assenza di dolore, le giornate tollerabili e accucciate nelle quali né il dolore né il piacere osano alzar la voce, ma tutto bisbiglia e cammina in punta di piedi. Se non che io non sono purtroppo fatto così, non sopporto questa contentezza, che dopo un po’ mi diventa odiosa e insopportabile e ributtante, e devo rifugiarmi disperato in altre atmosfere, possibilmente passando per le vie del piacere ma, in caso di bisogno, anche per le vie del dolore. (…) e preferisco sentirmi ardere da un dolore diabolico piuttosto che vivere in questa temperatura sana.
pp. 54-55
Infatti, se il mondo ha ragione, se hanno ragione le musiche nei caffè, i divertimenti in massa, la gente americana che si contenta di così poco, vuol dire che ho torto io, che sono io il pazzo, il vero lupo della steppa, come mi chiamai più volte, l’animale sperduto in un mondo a lui estraneo e incomprensibile, che non trova più la patria, l’aria, il nutrimento.
p. 58
Ed era curioso pensare che certa brava gente sana in qualche vallata verdeggiante coltivasse le viti e pigiasse l’uva affinché qua e là per il mondo, molto lontano da loro, alcuni cittadini delusi e trincanti o lupi della steppa sbandati potessero succhiare dai calici un po’ di coraggio e di buon umore.
p. 61
La solitudine é indipendenza: l’avevo desiderata e me l’ero conquistata in tanti anni. Era fredda, questo sì, ma era anche silenziosa, meravigliosamente silenziosa e grande come lo spazio freddo e silente nel quale girano gli astri.
p. 64
IL LUPO DELLA STEPPA
Dissertazione
Infatti era arrivato al punto che la solitudine e l’indipendenza non erano più un’aspirazione, una meta, bensì la sua sorte, la sua condanna; e una volta pronunciata la formula magica senza poterla più ritirare, a nulla gli serviva tendere le braccia con desiderio e buona volontà ed essere disposto a cercar legami e comunioni: tutti lo lasciavano solo. Non che fosse odioso o antipatico alla gente. Al contrario, aveva moltissimi amici. Molti gli volevano bene. Ma quella che incontrava era soltanto simpatia amichevole; lo invitavano, gli facevano regali, gli scrivevano lettere garbate, ma nessuno gli si accostava, nessuno si legava a lui, nessuno aveva la voglia o la capacità di condividere la sua vita. Adesso era circondato dall’aria dei solitari, da un’atmosfera tranquilla, dall’incapacità di rapporti col mondo che gli scivolava via, e contro questo stato di cose nulla potevano la volontà e la nostalgia. Questo era uno dei tratti più caratteristici della sua vita.
pp. VII-VIII
L’uomo non possiede un’alta facoltà di pensiero e, per quanto sia intelligente e colto, vede continuamente il mondo e se stesso, specie se stesso, attraverso le lenti di formule molto ingenue, semplificanti e traditrici. Infatti, a quanto pare, tutti gli uomini hanno un bisogno innato e impellente di immaginare il proprio io come unità.
p. XVI
In realtà nessun io, nemmeno il più ingenuo è un’unità, bensì un mondo molto vario, un piccolo cielo stellato, un caos di forme, di gradi e situazioni, di eredità e possibilità. Che ciascuno tenda a prendere questo caos per un’unità e parli del suo io come fosse un fenomeno semplice, ben fissato e delimitato: questa illusione ovvia ad ogni uomo (anche al più elevato) sembra una necessità, un’esigenza di vita come il respiro e il nutrimento.
p. XVI
Questa illusione è frutto di una semplice trasposizione. Come corpo ogni uomo è uno, come anima mai.
Il petto, il corpo è infatti sempre uno, le anime invece che vi albergano non sono due o cinque, ma infinite; l’uomo è una cipolla formata di cento bucce, un tessuto di cento fili.
p. XVII
Se consideriamo il lupo della steppa con questo criterio, capiremo perché soffra tanto della sua ridicola duplicità. Egli crede, come Faust, che due anime siano troppe per un solo petto e pensa che lo debbano dilaniare. Sono invece troppo poche e Harry fa violenza alla sua povera anima quando cerca di comprenderla in un’immagine così primitiva. (…)
Una parte di sé la chiama uomo, l’altra parte lupo, e con ciò crede di aver finito e di aver esaurito il suo compito. Nell'”uomo” egli caccia tutto quello che ha in sé di spirituale, di sublimato o per lo meno di culturale, e nel “lupo” tutto ciò che ha di istintivo, di selvatico e di caotico. Ma la vita non è semplice come il nostro pensiero, grossolana come il nostro povero linguaggio (…)
p. XVIII
L’uomo non è una forma fissa e permanente (questo fu, nonostante le intuizioni contrarie dei suoi sapienti, l’ideale dell’antichità), ma è invece un tentativo, una transizione, un ponte stretto e pericoloso fra la natura e lo spirito. Verso lo spirito, verso Dio lo spinge il suo intimo destino; a ritroso, verso la Natura, verso la Madre lo trae la sua intima nostalgia: tra l’una e l’altra di queste forze oscilla la sua vita angosciata e tremante.
p. XVIII
Benché la necessità di diventare uomo gli sia più palese che ai borghesi, chiude gli occhi e non vuol rendersi conto che quel disperato attaccamento all’io, quel disperato rifiuto di morire è la via più sicura per arrivare alla morte eterna, mentre il saper morire, il saper spogliarsi e abbandonare l’io alle metamorfosi conduce all’immortalità.
p. XIX
Non vi è strada che porti indietro, né al lupo né al fanciullo. In principio non vi è innocenza né semplicità; tutto ciò che è creato, anche le cose apparentemente più semplici, sono già colpevoli, sono già molteplici, buttate nel sudicio fiume del divenire e non possono mai più, mai più risalire la corrente. La via verso l’innocenza, verso l’increato, verso Dio non è un ritorno, ma un proseguire, non porta verso il lupo o verso il fanciullo ma sempre avanti nella colpa, sempre più addentro nel divenire dell’uomo.
p. XX
Un uomo che è in grado di capire il Buddha, un uomo che intuisce i cieli e gli abissi dell’umanità non dovrebbe vivere in un mondo dove regnano il buon senso, la democrazia e la civiltà borghese. Egli ci vive soltanto per vigliaccheria e quando le sue dimensioni lo opprimono, quando la stanzetta borghese gli diventa troppo stretta, ne dà la colpa al “lupo” e non ne vuol sapere di ammettere che in certi momenti il lupo è la sua parte migliore.
p. XXI
… non è capace di vedere che in lui vivono anche altre cose oltre il lupo, che non tutto è lupo quel che morde, che vi sono in lui anche la volpe, il drago, la tigre, la scimmia e l’uccello del paradiso; e non vede che tutto questo mondo, questo paradiso terrestre è soggiogato da figure soavi e terribili, grandi e piccole, forti e tenere ed è tenuto prigioniero dalla fiaba del lupo allo stesso modo in cui l’uomo vero dentro di lui è soggiogato e incatenato dall’uomo apparente, dal borghese.
p. XXI
Quel che non entra nelle voci “uomo” o “lupo” egli
p. XXI-XXII
non lo vede nemmeno. (…) soltanto perché non é riuscito a padroneggiarli.
“Veramente tutti gli uomini dovrebbero essere specchi l’uno per l’altro, e dovrebbero rispondersi a vicenda, ma i tipi come te sono stravaganti e sono facilmente vittime di un incantesimo, sicché non possono più vedere o leggere alcunché negli occhi altrui e di questi non si curano affatto. E quando un tipo simile trova finalmente un viso che lo guarda realmente e sul quale trova una risposta e un’affinità, allora, si sa, ne ha piacere.”
p. 101
“La lotta contro la morte, caro Harry, è sempre una cosa bella, nobile e onorevole, dunque anche la lotta contro la guerra. Ma è anche sempre un gesto da Don Chisciotte, un gesto senza speranza.”
p. 109
“Gli ideali esistono forse per essere raggiunti? Viviamo forse noi uomini per abolire la morte? No, viviamo per temerla e poi amarla e appunto per amor suo questo nostro po’ di vita arde talvolta di luce così bella per qualche istante.”
p. 109
“Nell’eternità non esistono posteri, esistono soltanto contemporanei.”
p. 137
“Pensa, Harry, attraverso quante porcherie e scempiaggini dobbiamo passare per arrivare a casa! E non abbiamo nessuno che ci guidi, unica nostra guida é la nostalgia.”
p. 138
“Succeda quel che vuole” dicevo tra me, “almeno una volta voglio essere stato felice, sciolto da ogni legame, fanciullo (…).”
p. 151
“Questa è la prigione nella quale lei è rinchiuso. E se entrasse nel teatro così come sta, vedrebbe tutto con
p. 156
gli occhi di Harry, attraverso le vecchie lenti del lupo della steppa. Perciò la invito a sbarazzarsi di queste lenti e a deporre, per favore, la sua rispettabile personalità qui nel guardaroba dove rimane sempre a sua disposizione.”
“A colui che abbia visto la scissione del proprio io facciamo vedere che può ricomporre i pezzi in qualunque momento e nell’ordine che più gli piace, raggiungendo in tal modo una varietà infinita nel gioco della vita.”
p. 170
“Voi stesso potrete plasmare e animare il gioco della vostra vita a volontà, complicarlo e arricchirlo: dipende da voi. Come la pazzia, in un certo senso elevato, é l’inizio di ogni sapienza, così la schizofrenia é l’inizio di tutte le arti, di ogni fantasia.
p. 171
Per concludere, vi lascio con le preziosissime parole dell’autore il quale fa una breve riflessione su come Il lupo della steppa sia stato visto negli anni dai suoi lettori e su come, invece, lo stesso Hesse consiglia di interpretare la storia di Harry Haller.
NOTA DELL'AUTORE Le opere letterarie possono essere intese e fraintese in vari modi. Per lo più l'autore di un'opera non è competente a stabilire in qual punto termina la comprensione dei lettori e dove incomincia il malinteso. Qualche autore ha già trovato lettori per i quali la sua opera era più limpida che per lui stesso. D'altro canto in certi casi anche i malintesi possono essere fecondi. Comunque sia, Il Lupo della steppa sarebbe, tra i miei libri, quello che più spesso e più gravemente di ogni altro è stato frainteso, e varie volte furono proprio i lettori consenzienti, anzi gli entusiasti, non già i negatori a esprimersi intorno al libro in modo da lasciarmi perplesso. In parte, ma soltanto in parte, la frequenza di questi casi dipende dal fatto che il libro, scritto da un cinquantenne e impostato appunto sui problemi di quell'età, é capitato in mano a lettori giovanissimi. Anche a parecchi lettori della mia età il libro ha fatto, sì, impressione, ma è strano che essi abbiano visto soltanto la metà di ciò che contiene. Questi lettori, mi pare, hanno riconosciuto sé stessi nel lupo della steppa, si sono identificati con lui, hanno sofferto e sognato i suoi dolori e i suoi sogni, e non si sono accorti che il libro sa anche altre cose e parla anche di altro che non siano Harry Haller e le sue difficoltà, che al di sopra del lupo della steppa e della sua vita problematica si eleva un secondo universo, più alto, imperituro, e che il "trattato" e tutti i passi del libro nei quali si discorre dello spirito, dell'arte degli "immortali" contrappongono al mondo doloroso della steppa un mondo di fede positivo, più sereno, superiore alle persone e al tempo; che il libro offre una storia di pene e sofferenze, ma non è il libro di un disperato, bensì di un credente. Io non posso e non voglio, beninteso, prescrivere ai lettori come abbiano da intendere il mio racconto. Ne faccia ognuno ciò che risponde e serve al suo spirito! Mi piacerebbe però se molti di loro notassero che la storia del lupo della steppa rappresenta, sì, una malattia e una crisi, ma non verso la morte, non un tramonto, bensì il contrario: una guarigione.
pp. 193-194
Hesse, H. (1996). Il lupo della steppa. Arnoldo Mondadori Editore: Milano







