Kate Bornstein – “Gender Outlaw” pt.3

People are genuinely afraid of being without a gender.

(p. 58)
Le persone sono realmente spaventate dall’idea di essere prive di un genere.

Vorrei cominciare così la terza ed ultima parte di questa mini-serie dedicata non solo al libro di Kate Bornstein “Gender outlaw: on men, women, and the rest of us,” ma anche e soprattutto alla possibilità di riflettere sulla più generica necessità che ognuno di noi ha di definirsi davanti agli altri e davanti a noi stessi.

La mia domanda a questo punto potrebbe essere questa: perché ci troviamo spesso alla ricerca di una definizione che ci possa permettere di classificare noi stessi e gli altri attraverso categorie ed etichette?


L’eterna diatriba tra genere binario (maschile/femminile) e qualsiasi altra libera manifestazione del proprio essere su base strettamente soggettiva rischia di trasformarsi, a sua volta, in una lotta fra gender outlaws (fuorilegge del genere) e gender defenders (difensori del genere). Mentre i primi combattono contro loro stessi e contro il mondo per generare un vocabolario degno di descrivere e rappresentare realtà mai considerate degne di nota, il secondo gruppo predilige una linea classica che si basa su un sistema di genere da loro considerato reale e naturale.

That’s what gender outlaws do: our mere presence is often enough to make people sick.

(p. 72)
Questo è ciò che i fuorilegge del gender fanno: spesso la nostra mera presenza è sufficiente a generare un senso di disgusto nelle persone.

The Gender Defender is someone who actively, or by knowing action, defends the status quo of the existing gender system, and thus perpetuates the violence of male privilege and all its social extensions. The gender defender, or gender terrorist, is someone for whom gender forms a cornerstone of their view of the world. Shake gender up for one of these folks, and you’re in for trouble.

(p. 74)
Il Difensore del Genere è qualcuno che attivamente, o attraverso misure basate sulla conoscenza, difende lo status quo del sistema di genere esistente, e in questo modo perpetua la violenza del genere maschile e di tutte le sue applicazioni sociali. Il difensore del genere, o terrorista del genere, è qualcuno per il quale il genere rappresenta il caposaldo della sua visione del mondo. Sconvolgi il concetto di genere ad una di queste persone, e sei nei guai.

Se apparentemente questo discorso sembra essere esclusivo della sfera LGBTQ, la realtà è che discriminazione e isolamento sulla base della mancata corrispondenza fra categoria assegnata e rappresentazione di noi stessi sono molto più comuni di quanto sembri. Pensiamo alla pressione alla quale siamo sottoposti per incarnare un ideale di uomo o di donna che possa soddisfare la società, il mondo del lavoro, le persone che ci circondano e infine noi stessi. Alla continua ricerca di quella formula perfetta che ci possa garantire accettazione piena si aggiunge un ideale di perfezione che viene alimentato da filtri, ritocchi e consigli di vario genere.

It’s not only people who intentionally transgress gender who get into trouble. Eventually the gender system lets everyone down. It seems to be rigged that way. Sometimes, even with all the time and effort we put into obeying the rules, we get hurt. We can get badly hurt by being a real man or a real woman.

(p. 80)
Non solo le persone che intenzionalmente trasgrediscono finiscono nei guai. Prima o poi il sistema del genere deluderà tutti. Sembra essere una trappola. A volte veniamo feriti persino dopo tutto il tempo e l’impegno che ci mettiamo nell’obbedire alle regole. Possiamo farci veramente tanto male pur essendo veri uomini o vere donne.

E’ proprio per questa serie di motivi, e di tanti altri ancora, che mi viene da pensare: ma se questo sistema nuoce non solo alle persone che non si conformano allo status quo ma anche a quelle che fanno già parte del gruppo degli “accettati,” perché continuiamo a sostenerlo?

In this struggle for our freedom of expression there comes a point where the gender system reveals itself to be not only oppressive, but silly. When we see how ridiculous it is, we can truly begin to dismantle it.

(p. 85)
In questa lotta per la nostra libertà di espressione si arriva ad un punto in cui il sistema di genere si rivela essere non solo oppressivo, ma anche ridicolo. Quando vedremo quanto esso sia ridicolo, potremo veramente cominciare ad abbatterlo.

Cosa succederebbe se lasciassimo andare, anche solo per un attimo, la rigidità alla quale siamo abituati? Certo, probabilmente all’inizio saremmo travolti da sensazioni di smarrimento e caos, ma poi? Forse un po’ troppo semplicisticamente e con una dose eccessiva di ottimismo, mi piace pensare che senza la necessità di “riconoscere” ciò che ci circonda ci si possa abbandonare alla possibilità di conoscere e vedere gli altri (e noi stessi) come si presentano ai nostri occhi e al nostro cuore. Invece di usare gli schemi sociali e culturali che abbiamo interiorizzato da bambini possiamo avere la grandissima opportunità di riscoprire il nostro mondo secondo le nostre esperienze e il loro intrecciarsi con le storie delle persone che incrociamo sul nostro cammino.

Ecco quindi che senza rinnegare le nostre origini possiamo usare ciò che sappiamo per orientarci, per dare un ordine ai nostri pensieri. Allo stesso tempo, però, non dimentichiamo di tenere aperta la possibilità di deviare dal percorso dettato dalla nostra storia alla scoperta di qualcosa di più che possa, perché no, confermare le nostre supposizioni, ma anche, e forse soprattutto, smentirle. Rimaniamo aperti a qualsiasi evenienza e soprattutto non smettiamo mai di essere curiosi perché nel momento in cui diciamo “so già come va a finire” ci precludiamo la possibilità di scoprire (o creare) altri mille e più finali da adottare nella nostra storia. Mostriamo senza vergogna le nostre perplessità e trasformiamo una discussione in un’opportunità di confronto e dialogo costruttivo.

Nel ribadire la necessità di cercare e promuovere dialoghi costruttivi che possano portare maggiore comprensione ed inclusione vorrei concludere con le parole di Kate Bornstein:

I was only a freak to the degree that I remained silent. When I spoke, I had a chance to educate, and paradoxically, I became less of a freak.

(p. 81)
“Ero una freak* solo nella misura in cui rimanevo in silenzio. Quando cominciai a parlare, ebbi l’opportunità di educare, e paradossalmente, divenni meno freak.”

*freak – per freak generalmente si intende una persona strana o stramba. Spesso usata in tono dispregiativo questa parola descrive una persona diversa dal comune o da ciò che, in quel preciso momento storico, viene considerata la normalità. In questo caso si intende una persona pazzoide, un mostro o un fenomeno da baraccone.

A dominant culture, to be truly dominant, needs freak populations – be they racial, religious, and gender minorities, or whatever. True exploitation involves the appropriation of the minority’s voice.

(p. 128)
Una cultura dominante, per essere veramente dominante, ha bisogno di popolazioni freak – siano esse raziali, religiose, minoritarie rispetto al genere, o qualsiasi altra cosa. Il vero sfruttamento comporta l’appropriazione della voce della minoranza.

I write to let you know who I am so that you can fill in the blanks.

(p. 145)
Scrivo per farvi sapere chi sono così che possiate riempire le parti mancanti.

Bornstein, K. (1995). Gender outlaw: On men, women, and the rest of us. Vintage Books.

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