Kate Bornstein – “Gender Outlaw” pt.2

Se io ti chiedessi di descriverti usando tutte le parole che vuoi senza nessun tipo di limitazione, cosa mi diresti? Come ti definiresti? Cominceresti parlando del tuo carattere, del tuo aspetto fisico, della tua professione, della tua famiglia, della tua nazionalità? Cosa vorresti che io sapessi di te? Ora pensa alle parole o caratteristiche che hai scelto per descriverti: temi che qualcuno possa contraddire la tua versione per favorirne una più “riconoscibile” e “accettabile” o ti senti piuttosto di portare avanti con orgoglio l’immagine che mi hai appena descritto? In fondo, chi meglio di te sa come ci si sente nella propria pelle? E se invece ti dicessero “guarda che ti stai sbagliando, non puoi essere in questo modo, devi essere in quest’altro, così funziona il mondo”?

Ecco alcune delle difficoltà che si incontrano quando si parla di genere e identità di genere1. Chi stabilisce le caratteristiche che differenziano un uomo da una donna? Chi decide quali e quanti requisiti devono essere soddisfatti per essere “abilitati” al genere maschile o femminile? E chi lo dice che ci debbano essere solo queste due opzioni? E se io non mi sentissi di appartenere a nessun genere?

Is the determination of one another’s gender a “social responsibility”? Do we have the legal or moral right to decide and assign our own genders? Or does that right belong to the state, the church, and the medical profession? If gender is classification, can we afford to throw away the very basic right to classify ourselves?

(pp. 23-24)
Determinare il genere di una persona è da considerarsi una “responsabilità sociale”? Abbiamo il diritto legale o morale di assegnare a noi stessi un nostro genere? Oppure quel diritto appartiene allo stato, alla chiesa, e alla professione medica? Se il genere è classificazione, possiamo permetterci di buttare via il diritto fondamentale di classificare noi stessi?

Mentre affrontiamo insieme i pensieri di Kate Bornstein in questo secondo capitolo del suo libro, ricordiamoci degli interrogativi suggeriti in apertura; potrebbero tornarci utili strada facendo.


Parte 2: SELEZIONAMENTO DEI SEMI

Nel parlare di genere o identità di genere si tende a favorire un’immagine chiara e ben delineata. E’ come se ci fosse la necessità o l’urgenza di capire immediatamente se la persona che abbiamo davanti sia un uomo o una donna. Nel caso in cui il dubbio dovesse rimanere tendiamo a cercare conferme nel modo di parlare, nell’atteggiamento, nella professione, nel partner, o in qualsiasi altro schema sociale a noi conosciuto. Alla fine, se ci pensate, basterebbe una domanda sola: no, non “sei maschio o femmina?”. Pensavo piuttosto ad un’autoriflessione del tipo “perché mi interessa tanto saperlo?” oppure “cosa scatena in me il fatto di non sapere con esattezza se la persona con cui sto parlando si identifichi con un’identità di genere femminile o maschile?”. Un’ipotesi è che il solo fatto di sapere chi abbiamo davanti possa determinare le nostre mosse successive. Pensate a come cambia il vostro atteggiamento in base alla tipologia di persona con cui vi confrontate.

Then there’s gender attribution, whereby we look at somebody and say “that’s a man,” or “that’s a woman.” And this is important because the way we perceive another’s gender affects the way we relate to that person. Gender attribution is the sneaky one. It’s the one we do all the time without thinking about it.

(p. 26) E poi c’è l’attribuzione di genere, attraverso la quale guardando qualcuno siamo portati a dire “quello è un uomo” o “quella è una donna.” Questo è importante perché il modo in cui noi percepiamo il genere di una persona influisce sul modo in cui ci relazioniamo a quella persona. L’attribuzione di genere è subdola. La mettiamo in atto ogni volta senza nemmeno pensarci.

Inoltre, sapere con chi si ha a che fare innesca reazioni e strutture mentali che ci portano a pensare, per esempio, di essere superiori o inferiori, più competenti nella materia di cui si sta parlando oppure no, e, non meno importante, possiamo pensare di essere in una posizione di forza e superiorità rispetto all’altra persona (oppure no). Il genere, o l’identità di genere, attribuita ad una persona apre un mondo di congetture e possibili scenari nella nostra mente. Di tutti gli schemi socio-culturali che si fanno strada nella nostra testa, noi siamo tendenzialmente consapevoli solo di una piccola parte. La maggior parte dei pensieri e delle reazioni emerge in modo automatico e per lo più inconsapevole.

It doesn’t really matter what a person decides to do, or how radically a person plays with gender. What matters, I think, is how aware a person is of the options. How sad for a person to be missing out on some expression of identity, just for not knowing there are options.

(p. 51) In realtà ciò che una persona decide di fare o quanto radicalmente una persona gioca con la sua identità di genere non ha molta importanza. Ciò che importa, io credo, è quanto una persona sia consapevole delle opzioni. Sarebbe triste lasciarsi sfuggire delle espressioni della propria identità per il semplice fatto che non si sia a conoscenza della presenza di altre opzioni.

Semplificando moltissimo il discorso vi chiedo di visualizzare voi stessi in piedi in una stanza. Avete dei documenti in mano e state guardando la porta dell’ufficio nel quale a breve entrerete. State ristrutturando casa e avete bisogno di alcune autorizzazioni e un paio di firme. Ecco, l’assistente annuncia il vostro nome all’ingegnere, entrate e cosa vedete?2 Ovviamente non ci sono risposte giuste o sbagliate. Ciò che la nostra mente elabora durante lo svilupparsi della storia rappresenta e rende visibile, almeno in parte, alcuni degli schemi sui quali il nostro modo di interpretare il mondo si basa. Inutile dire che le professioni legate a scienza, diritto, tecnologia, e meccanica rimandano (ancora oggi) all’immagine di un lavoratore maschio, mentre quelle di cura ed assistenza ad una lavoratrice femmina. Se poi consideriamo che la lingua italiana con il suo maschile e femminile non aiuta, ecco che scardinare alcuni degli schemi su cui si basa la nostra visione di ciò che ci circonda risulta essere più ostica del previsto. A questo si aggiunge la difficoltà di utilizzare un linguaggio neutro in caso di bisogno.

… the culture may not simply be creating roles for naturally-gendered people, the culture may in fact be creating the gendered people. In other words, the culture may be creating gender.

(p. 12)
… la cultura potrebbe non stare semplicemente creando ruoli per le persone che appartengono ad un determinato genere. In realtà, la cultura potrebbe stare creando le persone “gendered” (appartenenti al genere maschile o femminile). In altre parole, la cultura potrebbe essere responsabile di creare il genere stesso.

A questo punto non posso fare a meno di pensare a cosa succederebbe se ognuno di noi riuscisse a visualizzare, anche solo per un attimo, come sarebbe la nostra vita senza queste preoccupazioni. Come sarebbe se riuscissimo a smettere di pensare a come dovrebbe essere un “vero” uomo o a quali caratteristiche dovrebbe avere una donna per essere chiamata tale? Come sarebbe la nostra vita, e quella di chi ci circonda, se, invece di preoccuparci di ricercare la categoria più adatta a rappresentare le persone che abbiamo davanti ci dedicassimo solamente ad ascoltare le loro storie? Penso che probabilmente avremmo qualche preoccupazione in meno e qualche libertà di espressione in più. (Anche se riconosco che il discorso è molto più complesso e stratificato di così).

Gender itself is a form of self-definition

(p. 40)
Il genere è una forma di auto-definizione

Per finire, stavo pensando: ma … rinchiudere chi ci circonda in categorie fisse e immutabili (siano esse inclusive o esclusive) non mette anche noi stessi nelle condizioni di sceglierci un gruppo con il quale identificarci e lì stare? Creare in maniera socio-culturale (e quindi sistematica) delle diversità da isolare, non fa essere tutti noi un po’ più soli in questo mondo?

What I found was that each person who was anxious to define me had a stake in maintaining his or her own membership in a given gender.

(pp. 50-51)
Ciò che ho scoperto è stato che ogni persona ansiosa di definirmi aveva un interesse nel mantenere la sua appartenenza ad un determinato genere.

Se c’è una cosa che possiamo portare con noi indipendentemente dalla nostra identità di genere, dal sesso attribuito alla nascita, dal nostro orientamento sessuale o da qualsiasi altra categoria possa definire noi e chi ci circonda è proprio l’importanza di rimanere aperti alle alternative. L’apertura alle alternative ci può regalare prospettiva e ci può fornire molte più opzioni di quante non ne siano disponibili all’interno di una categoria fissa. Non eliminare un proprio senso di identità quanto piuttosto ampliare le modalità con le quali questo si possa esprimere è ciò che probabilmente può ridare un po’ più di libertà a chi ci circonda e con loro anche a noi stessi.

TO BE CONTINUED …


Bornstein, K. (1995). Gender outlaw: On men, women, and the rest of us. Vintage Books


(1) Sesso: classificazione di una persona come maschio o femmina. Alla nascita il sesso viene solitamente assegnato sulla base dell’anatomia esterna (organi genitali esterni). Tuttavia, il sesso di una persona risulta dalla combinazione di caratteristiche fisiche come cromosomi, ormoni, organi riproduttivi interni ed esterni e caratteristiche sessuali secondarie. [Tuttavia, la diatriba sull’esistenza o meno di una lista di caratteristiche fisiche in grado di determinare con assoluta certezza e universalità il sesso di una persona è ancora accesa sia nel mondo della ricerca medico-scientifica che in ambito sociologico.]

Genere (gender in inglese): spesso espresso in termini di maschile e femminile, e fa riferimento alla rappresentazione socio-culturale di comportamenti e atteggiamenti che riportano all’appartenenza all’uno o all’altro sesso (ma non su base biologica). Ad oggi viene usato per identificare una tipizzazione (ovvero una distinzione e standardizzazione sulla base di caratteristiche specifiche) sociale, culturale e psicologica tra maschi e femmine, e di conseguenza, uomini e donne.

Identità di genere: la percezione personale e intima che una persona ha del proprio genere. Comunemente si parla di genere e identità di genere femminile o maschile. Tuttavia, lo spettro è molto più ampio. Ci sono persone che non si riconoscono in nessuna delle due categorie (uomo/donna) e che quindi descrivono la loro identità di genere come non-binaria, genderqueer o gender non-conforming. Le persone transgender, invece, sostengono che la loro identità di genere differisca dal sesso assegnato loro alla nascita. Quindi, all’assegnazione del sesso maschile può corrispondere un’identità di genere femminile e viceversa. Attenzione!!! La parola transgender è un termine “ombrello” racchiude al suo interno diverse tipologie di persone con esperienze di vita uniche. Ecco perché è bene ricordarsi che la relazione fra sesso, genere e identità di genere non ha confini così netti come spesso sembrano essere in descrizioni, a volte necessariamente, semplificate. Percezione personale e fluidità sono termini chiave quando si parla di identità e sessualità.

Glaad

(2) Pensiamo a: l’aspetto fisico dell’assistente e dell’ingegnere, come si comportano nei nostri confronti (e perché) e come ci comportiamo noi nei loro confronti (e perché). Quali sono le nostre sensazioni pensando ad un tipo di appuntamento simile. Siamo a nostro agio o no (e perché)? Pensiamo all’ambiente che ci circonda, se e in che modo influenza la percezione che abbiamo delle persone che ci lavorano. (Eccetera)


Nel proporre alcuni approfondimenti ricordo che gli argomenti proposti hanno alla base tematiche più complesse e articolate. Tuttavia, da qualche parte bisognerà pur cominciare, giusto? Nel sottolineare che la classificazione uomo/donna tende a penalizzare sia una parte che l’altra sebbene con modalità diverse, non dobbiamo dimenticare che maschile e femminile non devono necessariamente essere le uniche due scelte a nostra disposizione. Infatti, se la definizione “o uno o l’altro” può limitare coloro che senza nessuna incertezza si sentono di appartenere ad una categoria piuttosto che ad un’altra, questa separazione netta danneggia, a maggior ragione, coloro i quali non si sentono di appartenere così inconfutabilmente ad un gruppo specifico. In poche parole, la dicotomia di genere non solo non ci lascia liberi di esprimerci secondo ciò che ci detta la nostra personalità, ma ci rende fonte di pregiudizio e discriminazione nei confronti delle persone che ci circondano.

[Attenzione! Contenuti sensibili] – Pink or Blue – poesia di Hollie McNish. (youtube – inglese sottotitolato)

Sessismo e bambini. (youtube – italiano)

Girls toys vs. Boys toys. (youtube – inglese)

Gender roles. (youtube – inglese)


Vocabolario LGBTQ:

Humar Rights Campaign (inglese)

Stonewall UK (inglese)

Glaad (inglese)

Zanichelli (italiano)

Ordine degli Psicologi della Lombardia (italiano)

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