Kate Bornstein – “Gender Outlaw” pt.1

Artista di teatro, attrice, attivista e autrice americana, Kete Bornstein è anche gender theorist. Nata Albert Bornstein nel 1948, nel 1984 comincia il suo percorso ormonale, chirurgico e sociale di transizione completandolo nel 1986. Tuttavia, si rese ben presto conto che essere donna era per lei come recitare, tanto quanto lo era stato l’essere uomo nella prima parte della sua vita. Nel 1988 rinuncia all’idea di identificarsi sia come uomo che come donna vivendo così al di là della dicotomia maschile/femminile, uomo/donna e tutto ciò che da queste categorie ne può derivare. “Guarda oltre la dicotomia di genere per vedere il genere come una pratica consapevole e un viaggio divertente.”1 Oggi Kate Bornstein si definisce nonbinary e transfeminine (non si riconosce in nessun genere in particolare e vive da donna). Da trent’anni scrive in merito alle identità di genere non-binarie e il suo attivismo poliedrico è stato (ed è ancora) di ispirazione per molte generazioni.


Come affrontare questo articolo e i temi trattati:

  • con curiosità: ciò che conosciamo di noi stessi e degli altri, o meglio, ciò che pensiamo di conoscere di noi stessi e degli altri non è necessariamente l’unica strada percorribile nel mondo. La curiosità ci può portare verso visioni alternative in grado di arricchire sia punti di vista personali che considerazioni su chi ci circonda.
  • con mentalità aperta: nessuno vuole convincere nessuno in merito a cosa sia giusto fare o a come sia giusto essere nella vita. Ed è questa la grande magia di entrare in contatto con prospettive diverse dalle proprie. Affrontare le novità con mentalità aperta ci permette di sentire veramente la situazione che ci si presenta davanti. Ci espone all’incertezza del non sapere, ma allo stesso tempo ci offre la possibilità di imparare qualcosa in più sugli altri e, con ogni probabilità, anche su noi stessi. It’s a win-win situation (non si perde niente), quindi, perché no?
  • con umiltà: il libro in questione è stato scritto da Kate Bornstein in persona e parla sia della sua vita privata e del suo percorso come persona non-binaria e transfeminine, sia di come lei percepisce e definisce il concetto di identità di genere. E’ una visione personale delle cose e, come tale, ambisce alla condivisione e al dialogo fra le parti. L’approccio umile alle parole altrui ci permette di sentire ciò che ci viene detto senza giudicarlo come giusto o sbagliato, ma semplicemente accogliendolo per quello che è: testimonianza di un vissuto a noi estraneo.

Nelle righe che seguiranno darò spazio ad alcuni dei passaggi e dei concetti che mi hanno più segnato ricordando, comunque, che non c’è modo migliore per avvicinarsi ad una persona che leggere i suoi pensieri così come vengono proposti. Purtroppo non ho ancora trovato una versione in italiano del libro la cui lingua originale è l’inglese. Spero, con questi miei pensieri, di riuscire a portarvi anche solo un po’ in questo mondo fatto di autodeterminazione e senso di libertà, di grandi difficoltà e speranze, un mondo del quale tutti (direttamente o indirettamente) siamo responsabili.

Sebbene Kate Bornstein si identifichi come nonbinary, non utilizzerò un linguaggio neutro (che in italiano generalmente vediamo sotto forma di tutt* o tuttə) perché nel suo sito personale1 si fa riferimento a lei in termini di she (pronome personale femminile in inglese). Ad ogni modo, nella vita, è sempre meglio chiedere e far decidere alla persona con cui si sta parlando il pronome personale da utilizzare.


Parte 1: ANDIAMO CON ORDINE

Nel rappresentare se stessa, Kate Bornstein considera la moda e lo stile personale come parte integrante dell’espressione di sé e della propria identità. Secondo l’autrice, “lo stile è proclamazione o manifestazione dell’identità. Quindi, finché le identità saranno ritenute importanti, lo stile e la moda continueranno ad essere importanti” (p. 3). Il nostro aspetto esteriore, insieme all’utilizzo di accessori e indumenti e all’atteggiamento che manifestiamo nel rapportarci con le persone che ci circondano comunicano parti del nostro essere che da personale diventa sociale. Lo stile espresso non rappresenta necessariamente la moda del momento; rende piuttosto manifesto a chi guarda la personalità che lo indossa.

Questa introduzione è importante per l’apertura del libro in quanto ci ricollega ad un altro vastissimo tema caratteristico delle culture occidentali come quella americana ed europea: la necessità di conformarsi ad un ideale riconducibile ad una categoria specifica o un gruppo ben definito. Insomma, dobbiamo essere riconoscibili ai più. La necessità di avere una personalità che si possa riconoscere facilmente deriva dalla necessità delle persone che incontriamo di poterci leggere, interpretare, e quindi classificare (con il minimo sforzo possibile) attraverso l’utilizzo di schemi già noti. Nell’ambito di identità di genere e sessualità questa necessità di stabilire dei limiti entro cui determinare le caratteristiche di una piuttosto che di un’altra categoria sono ancora molto evidenti e, aggiungerei, ancora piuttosto rigide.

… these are driving forces in our culture, and nowhere is this more evident than in the areas of gender and sexuality.

(pp. 3-4)
… queste sono forze motrici nella nostra cultura, e non c’è posto in cui questo sia più evidente se non nell’ambito del genere e della sessualità.

Quante volte vi è capitato di vedere una persona vestita in un modo tale da farvi venire delle domande riguardanti il suo grado di mascolinità o femminilità. Da notare, in questa situazione, che raramente ci si interroga sul fatto che questa persona possa non sentirsi appartenente né al genere femminile né a quello maschile, come nel caso di Kate Bornstein. Ormai siamo abituati così: o si è una cosa o si è l’altra. Se sei un uomo/donna ci sono alcune caratteristiche che devi mostrare per dare modo alle persone che incontri di capire e confermare il tuo essere maschio/femmina. Allo stesso modo, ci sono caratteristiche e atteggiamenti da evitare per non creare “confusione.”

Potremmo fare lo stesso discorso con l’orientamento sessuale. Quante volte all’apparenza fisica avete associato l’atteggiamento espresso dalla persona collegando il tutto ad un’orientamento sessuale ben definito? L’eterosessualità viene interpretata di default: comunemente, appena vediamo una persona tendiamo a supporre che sia eterosessuale tanto che spesso nemmeno ci poniamo il problema. A questo aggiungiamo l’omosessualità come unica altra alternativa presente. Con omosessualità si identifica molto semplicisticamente una persona gay (uomo attratto dagli uomini) o lesbica (donna attratta dalle donne), chiudendo il cerchio del binarismo fra sesso assegnato alla nascita (maschio/femmina) e genere (maschile/femminile). E tutto il resto?

Vi lascio con le parole di Kate Bornstein:

I identify as neither male nor female, and now that my lover is going through his gender change, it turns out I’m neither straight nor gay.

(p. 4)
Non mi identifico né come maschio né come femmina, e adesso che il mio partner sta intraprendendo il suo percorso di cambiamento di genere, a quanto pare non sono nemmeno più né etero né gay.

What I have found as a result of this borderline life is that the more fluid my identity has become, and the less demanding my own need to belong to the camps of male, female, gay or straight, the more playful and less dictatorial my fashion has become – as well as my style of self-expression.

(p. 4)
Ciò che ho scoperto come risultato di questa vita ai confini è che più la mia identità è diventata fluida, e meno esigente è il mio bisogno di appartenere ai “camps”2 del maschile, femminile, gay o etero, più giocoso e meno dittatoriale il mio stile è diventato – così come lo stile dell’espressione del Sé.

Se c’è anche solo una piccola cosa che possiamo portare con noi indipendentemente dalla nostra identità di genere, dal sesso attribuito alla nascita, dal nostro orientamento sessuale o da qualsiasi altra categoria possa definire noi e chi ci circonda è proprio l’importanza del rimanere aperti alle alternative. Attenzione; non sto dicendo di mandare all’aria il concetto di uomo, donna, etero o gay, ma di guardare a queste categorie come solo alcune delle caratteristiche nelle quali è possibile identificarsi lasciando aperte altre alternative. La rigidità delle classificazioni secondo parametri specifici spegne la magia della scoperta. Ci impedisce di ricercare parti di noi e degli altri ancora inesplorate e incomprese. Ci costringe a pensare a noi stessi e a chi ci circonda in termini di “o uno o l’altro.” Siamo molto più di così. Siamo ciò che dobbiamo affrontare ogni giorno e siamo ciò che attraverso quelle esperienze di giorno in giorno diventiamo. Siamo ciò che sentiamo di essere e che non possiamo cambiare, ma soprattutto siamo ciò che non sappiamo ancora di essere (e che magari un giorno chissà, forse scopriremo).

TO BE CONTINUED …


Bornstein, K. (1995). Gender outlaw: On men, women, and the rest of us. Vintage Books


(1) Kate Bornstein. Kate Bornstein is a Queer and Pleasant Danger – “All roads in life lead nowhere. So you might as well choose the road that has the most heart and is the most fun.”

(2) Camp:


Vedi anche:

Trans Media Watch Italia. Linguaggio neutro.

Equalize – Kate Bornstein. (youtube) – (ing)

Dispelling Beauty Myths: Gender Norms | Allure. (youtube) – (ing)

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