“La Pedagogia degli Oppressi” – Paulo Freire

Paulo Freire (Recife, Pernambuco, Brasile 1921 –  San Paolo, Brasile 1997)

Scritta dal pedagogista brasiliano Paulo Freire, conclusa nel 1968 e pubblicata per la prima volta in inglese (e non in portoghese) nel 1970, Pedagogia degli Oppressi (Pedagogia do Oprimido il titolo originale) è stata considerata una fra le opere pedagogiche più rivoluzionarie mai state scritte. Opera non semplice, necessita di diverse letture per poterne comprendere il messaggio più profondo. Consapevole del fatto che in traduzione alcune delle sfumature del pensiero espresso in lingua originale vengono perse, spero di riuscire a comunicare anche solo una parte della grande forza rivoluzionaria del pensiero di Freire attraverso alcuni estratti da me liberamente selezionati. Nonostante siano passati più di 50 anni dalle riflessioni di Freire, l’opera si dimostra più attuale che mai.

Tema conduttore: rapporto fra oppressori e oppressi

Temi principali: educazione depositaria vs. educazione problematizzante, disumanizzazione e presa di coscienza dell’oppresso, dialogo e anti-dialogo, invasione culturale e leadership, miti e idealizzazioni


DIFFICOLTA’: alta

LINGUA ORIGINALE: Portoghese – Brasile (tradotto in tantissime lingue, è disponibile anche in italiano e inglese)


CAPITOLO PRIMO: LA PEDAGOGIA DELL’OPPRESSO

la disumanizzazione, anche se è un fatto concreto nella storia, non è però un destino ineluttabile, ma il risultato di un “ordine” ingiusto, che genera la violenza degli oppressori, la quale a sua volta genera un essere di meno.

p. 28

Ecco il grande compito umanista e storico degli oppressi: liberare sé stessi e i loro oppressori.

p. 29

la vera generosità consiste nel lottare affinché spariscano le ragioni che alimentano il falso amore. La falsa carità, da cui deriva la mano tesa del “dimissionario” della vita, impaurito e incerto, schiacciato e vinto. Mano tesa e tremante degli straccioni di tutto il mondo, dei “dannati della terra.” La grande generosità consiste nel lottare affinché queste mani, sia di uomini sia di popoli, si tendano sempre meno in gesti di supplica. Supplica degli uomini ai potenti. E diventino sempre più mani umane, che lavorino e trasformino il mondo.

p. 29

Il grande problema sorge quando ci si domanda come potranno gli oppressi, che “ospitano” in sé l’oppressore, partecipare all’elaborazione della pedagogia nella loro liberazione, dal momento che sono soggetti a dualismo e inautenticità. Solo nella misura in cui scopriranno di ospitare in sé l’oppressore, potranno contribuire alla creazione comune della pedagogia che li libera. Finché vivono il dualismo in cui essere è apparire, e apparire è somigliare all’oppressore, è impossibile farlo.

p. 30

La libertà, che è una conquista e non un’elargizione, esige una ricerca permanente. Ricerca permanente che solo esiste nell’atto responsabile di colui che la realizza. Nessuno possiede la libertà, come condizione per essere libero; al contrario, si lotta per la libertà perché non la si possiede.

p. 32

Scoprirsi nella posizione di oppressore, anche soffrendone, non è ancora diventare solidali con l’oppresso. Diventare solidali è qualcosa di più che dare assistenza a 30 o a 100 oppressi, mantenendoli però legati alla stessa posizione di dipendenza. Diventare solidali non è avere coscienza di essere sfruttatore e “razionalizzare” questa colpa in maniera paternalistica. La solidarietà, giacché esige da colui che diventa solidale che “assuma” la situazione di coloro che ha scoperto oppressi, è un atteggiamento radicale.

p. 35

La pedagogia dell’oppresso, che cerca la restaurazione nella intersoggettività, si presenta come pedagogia dell’Uomo. Può raggiungere questo obiettivo, perché è animata da una generosità autentica umanistica e non “umanitarianistica.”

p. 40

… una volta stabilito il rapporto di oppressione, si dà il via al processo della violenza, che mai nella storia, fino a oggi, è scoppiata per iniziativa degli oppressi. Come potrebbero gli oppressi dar inizio alla violenza, se loro stessi sono il risultato della violenza?

p. 41

L’oppressione esiste solo quando si struttura un atto che proibisce agli uomini di “essere di più”.

p. 43

In realtà accade che, (…) gli oppressori di ieri non si riconoscono in via di liberazione. Al contrario si giudicano oppressi. Per loro, “formati” dall’esperienza di oppressori, tutto ciò che non sia il loro antico diritto di opprimere significa oppressione diretta contro di loro. Nella nuova situazione si sentono oppressi, perché, se prima potevano mangiare, vestire, comprare scarpe, educarsi, girare il mondo, ascoltare la musica di Beethoven, mentre milioni di altri uomini non mangiavano, non usavano le scarpe, non si vestivano, non studiavano e molto meno giravano il mondo e ancora meno potevano ascoltare la musica di Beethoven, qualunque restrizione a tutto questo, in nome del diritto di tutti, sembra loro una profonda violenza fatta al loro diritto di persone. Diritto a essere persone che, nella situazione precedente, essi non rispettavano in quei milioni di persone che soffrivano e morivano di fame, di dolore, di tristezza, di disperazione. (…) E tutto questo perché, in sostanza, è necessario che gli oppressi esistano, affinché essi [gli oppressori] possano esistere ed essere “generosi” …

p. 44

È indispensabile che coloro che si impegnano autenticamente col popolo rivedano costantemente le loro posizioni. (…) Dichiararsi impegnato con la liberazione e non essere capace di entrare in comunione con il popolo, che si continua a considerare assolutamente ignorante, è un equivoco doloroso.

p. 47

CAPITOLO 2: EDUCAZIONE “DEPOSITARIA”

La narrazione, di cui l’educatore è il soggetto, conduce gli educandi a imparare a memoria meccanicamente il contenuto narrato. Peggio ancora, la narrazione li trasforma in vasi, in “recipienti” che l’educatore deve “riempire.”

p. 58

Ecco l’educazione “depositaria”, in cui l’unico margine di azione che si offre ali educandi è ricevere i depositi, conservarli e metterli in archivio.

p. 58

Quanto più gli educandi diventano abili nel classificare in archivio i depositi consegnati, tanto meno sviluppano la loro coscienza critica, da cui risulterebbe la loro inserzione nel mondo, come soggetti che lo trasformano.

p. 60

In verità però, i cosiddetti emarginati, che sono gli oppressi, non sono mai stati “fuori di.” Sono sempre stati “dentro di.” Dentro la struttura che li trasforma in “esseri per l’altro.” La loro soluzione allora non consiste “nell’integrarsi”, “nell’incorporarsi” dentro questa struttura che li opprime, ma nel trasformarla per divenire “esseri per sé.”

p. 61

Il fatto è che pensare autenticamente è molto pericoloso.

p. 61

Quando gli uomini, per un motivo qualunque, sentono la proibizione di agire, quando si scoprono incapaci di usare le loro facoltà, soffrono.

p. 65

l’educatore non è solo colui che educa, ma colui che, mentre educa, è educato nel dialogo con l’educando, il quale a sua volta, mentre è educato, anche educa. Ambedue così diventano soggetti del processo in cui crescono insieme e in cui gli “argomenti di autorità” non hanno più valore. In cui, per essere funzionalmente autorità, bisogna essere con la libertà, e non contro di essa. (…) gli uomini si educano in comunione, attraverso la mediazione del mondo.

p. 69

Nessuno può “essere”, con autenticità, mentre impedisce che gli altri siano. È questa un’esigenza radicale. L’essere di più ricercato nell’individualismo conduce ad un avere di più egoista, che è una forma di essere di meno. Di disumanizzazione.

p. 75

CAPITOLO TERZO: IL DIALOGO

L’educazione autentica, insistiamo, non si fa da A verso B o da A su B, ma da A con B, attraverso la mediazione del mondo. Mondo che impressiona e sfida gli uni e gli altri, dando origine a visioni o punti di vista su di sé. Visioni impregnate di ansie, di dubbi, di speranze o disperazioni che comportano temi significativi, sulla base dei quali si costruirà il contenuto programmatico dell’educazione.

p. 84

Le élite dominanti, nelle loro realizzazioni politiche, sono efficienti quando si servono della concezione “depositaria” (in cui uno degli strumenti è la conquista), perché nella misura in cui essa svolge un’azione che favorisce la passività, coincide con lo stato di “immersione” della coscienza oppressa.

pp. 85-86

Il nostro compito non è parlare al popolo circa la nostra visione del mondo, o tentare di imporgliela, ma dialogare con lui circa la sua e la nostra. Dobbiamo convincerci che la sua visione del mondo, che si manifesta nelle varie forme della sua azione, riflette la sua situazione nel mondo.

p. 87

Quanto più ricerco con il popolo il suo pensiero, tanto più ci educhiamo insieme. Quanto più ci educhiamo, tanto più continuiamo a ricercare.

p. 103

CAPITOLO QUARTO: DIAOLOGO E ANTI-DIALOGO

L’unica forma di pensare giusto dal punto di vista degli oppressori è non lasciare che le masse pensino, il che vuol dire: non pensare con esse.

p. 128

In tutte le epoche i dominanti sono sempre stati così; mai hanno permesso alle masse di pensare giusto.

p. 129

… riconoscendo gli altri come assolutamente ignoranti, [l’oppressore] riconosce se stesso e la sua classe come coloro che sanno o sono nati per sapere. Riconoscendosi così, gli altri diventano un opposto. Diventano qualcosa di estraneo a lui. La sua parola viene a essere quella “vera”, che impone o cerca di imporre ai più. E questi sono sempre li oppressi, chi si è rubata la parola. In colui che ruba la parola degli altri si sviluppa un profondo scetticismo nei loro riguardi: li considera incapaci.

p. 131

deposito dei miti indispensabili a mantenere lo status quo.

Il mito che l’ordine oppressivo è un ordine liberatore.

Il mito che tutti, purché non siano pigri, possono arrivare a essere dirigenti di impresa.

Il mito dell’uguaglianza di tutti, quando «ma lei lo sa chi sono io?» è una domanda molto attuale.

Il mito della loro carità e generosità, mentre come classe sono capaci solo di assistenzialismo, che si sdoppia nel mito dei falsi aiuti.

Il mito che le élite dominanti «nel riconoscimento dei loro doveri» promuovono il popolo, e che questo deve, in un gesto di gratitudine, accettare la loro parola e adattarcisi.

Il mito della proprietà privata come fondamento dello sviluppo della persona umana.

Il mito dell’operosità degli oppressori e della pigrizia e disonestà degli oppressi.

Il mito dell’inferiorità “ontologica” di questi e della superiorità di quelli.

p. 137

Gli uomini si realizzano solo nella misura in cui creano il mondo loro, che è mondo umano, e lo creano col loro lavoro trasformatore.

p. 142

La manipolazione si fa attraverso tutta la serie di miti a cui abbiamo fatto riferimento. Tra questi, ne citiamo ancora uno: il mito che la borghesia offre di sé stessa alle masse, come possibilità di ascesa per loro. Per riuscire in questo è necessario che le masse accettino la sua parola.

p. 144

Tali forme assistenzialiste, come strumenti di manovra, servono alla conquista. Funzionano come anestetico. Distraggono le masse popolari dalle vere cause dei loro problemi e dalla soluzione concreta di questi problemi. (…) I gruppi assistiti vogliono sempre di più, e gli individui non assistiti, con l’esempio degli altri che lo sono, diventano inquieti ed esigono anch’essi assistenza. E siccome le élite dominanti non possono dare assistenza a tutti, finiscono con l’aumentare l’inquietudine delle masse.

p. 149

Di fronte ai nuovi obiettivi, cambia la formazione dell’uomo. Da questo punto di vista la formazione tecnico-scientifica degli uomini non è antagonistica a quella umanistica, dal momento che scienza e tecnologia nella società rivoluzionaria devono essere al servizio della sua liberazione permanente, della sua umanizzazione.

p. 157

Se per mantenere divisi gli oppressi è indispensabile un’ideologia dell’oppressione, per unirli è imprescindibile una forma di azione culturale attraverso la quale conoscano il perché e il come della loro “aderenza” alla realtà, che provoca una conoscenza falsa di se stessi e di quella. È necessario de-ideologizzare.

p. 173

… così come l’oppressore, per opprimere, ha bisogno di una teoria dell’azione oppressiva, li oppressi, per liberarsi, hanno egualmente bisogno di una teoria della loro azione.

p. 184

Freire Paulo. (2002). La Pedagogia degli Oppressi. Edizione italiana a cura di Linda Bimbi. EGA Editore.

(è disponibile la versione più recente del 2018 a cura d Linda Bimbi e Cristina Alziati, EGA-Edizioni Grippo Abele)


In inglese: Pedagogy of the Oppressed

In portoghese: Pedagogia do Oprimido

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