“E’ sconcertante come la gente possa essere capace di compiere azioni incredibilmente atroci e mostruose.” Quante volte ascoltando le notizie di cronaca nera abbiamo pensato ai protagonisti di quelle storie come a persone completamente diverse da noi. Persone con trascorsi difficili, problemi famigliari, o forse un passato traumatico che ha segnato la loro personalità nel profondo. “Ma come si fa ad essere così mostruosi?” Vediamo aggressori e persone violente come profondamente diverse dal nostro modo di essere e forse le stesse notizie che sentiamo di sfuggita in televisione fanno da sfondo alle nostre felici cene in famiglia come se fossero realtà lontane da noi, quasi appartenenti ad un altro pianeta. Eppure, forse il pensiero è venuto a tutti: Sarei mai capace di compiere atti simili? E soprattutto, siamo davvero così diversi da quei carnefici? Noi alla fine siamo persone normali, noi siamo i buoni, mentre i mostri capaci di tanto orrore sono esseri patologici … devono esserlo, no? Io non sono un mostro … e non lo sarò mai.
A tal proposito, consiglio un libro nel quale si ripercorrono le tappe di un famoso esperimento di psicologia in cui i partecipanti si sono trovati a fare i conti con il loro mostro interiore che, alla fine, tanto nascosto poi non era. Aspettava solo l’occasione e il contesto più ideale per mostrarsi al mondo.
L’Effetto Lucifero: Cattivi Si Diventa?
Philip Zimbardo
Philip Zimbardo, noto come l’ideatore dell’Esperimento Carcerario di Stanford, è professore emerito di Psicologia alla Stanford University di Palo Alto e ha diretto lo Stanford Center for Interdisciplinary Policy, Education and Research on Terrorism. Nel 2004 ha testimoniato in qualità di perito nei processi sugli abusi di Abu Ghraib. (cit. copertina libro)
Domenica 15 agosto 1971. In una tranquilla e assolata cittadina della California, alcuni studenti vengono arrestati e portati in carcere. Sorpresa! Le guardie sono studenti del Dipartimento di Psicologia della locale Università al pari dei detenuti, e tutti hanno dato il loro consenso a una ricerca del professor Zimbardo – e persino la prigione è simulata in quanto riprodotta in alcuni locali sotterranei dell’università. Eppure la finzione si rivela più reale della realtà, al punto che lo psicologo sarà costretto a interromperla dopo la prima settimana. L’esperimento inizialmente voleva mettere a fuoco soprattutto le reazioni dei detenuti, ma a poco a poco è emerso che l’effetto più sconcertante delle dinamiche di gruppo era invece la trasformazione delle “guardie” da giovani sani ed equilibrati in aguzzini. Alla fine il marchingegno si è rivoltato contro il suo stesso ideatore, che ha constatato quanto labili fossero i confini tra bene e male. Assai prima delle documentate sevizie in carceri come quello di Abu Ghraib, si sono riconosciuti nel volto del carnefice i tratti dell’individuo comune, quello che abitualmente chiamiamo il nostro prossimo. (vedi copertina libro)
Ognuno di noi indistintamente porta in sé il seme del male. Questo può essere intuibile e in una certa misura accettabile. “Nessuno è perfetto, giusto?” Ma sapevate che ognuno di noi, nelle giuste condizioni, potrebbe trasformarsi in una persona malvagia? Ci sono contesti che possono trasformare quello che siamo, o quello che crediamo di essere, in ciò che mai avremmo pensato di diventare. Questo vuole insegnare l’esperimento carcerario di Stanford: persone “comuni” e mentalmente sane in un contesto di “normale” quotidianità possono diventare capaci di estrema violenza se inseriti in un determinato contesto.
La linea tra il bene e il male è quite permeable, è del tutto permeabile. (…) Certo, il confine tra i due lati del nostro comportamento morale (e politico) noi amiamo pensarlo netto, fermo. (…) Di questa nettezza, tuttavia, più di una volta avremmo potuto e dovuto dubitare, nel corso del Novecento.
p. XIV
SELEZIONE PARTECIPANTI
Selezionati 24 volontari – hanno partecipato 9 carcerati e 9 guardie, quest’ultime distribuite in tre turni di lavoro di otto ore ciascuno con tre guardie per turno. Il turno di giorno si svolgeva dalle ore 10:00 alle ore 18:00, quello di notte dalle 18:00 alle 02:00, e quello della mattina dalle 02:00 alle 10:00. I volontari che non presero immediatamente parte all’esperimento avrebbero sostituito i ragazzi selezionati in caso di bisogno.
I ruoli di guardia o di carcerato furono assegnati in maniera del tutto casuale lanciando una moneta. I colloqui preliminari con i membri dello staff di Zimbardo per decidere chi fra i candidati sarebbe stato più idoneo a partecipare servirono solamente per valutare la salute mentale e l’equilibrio psichico dei volontari. Inoltre, fu accertato che nessuno di loro avesse avuto problemi con la giustizia in passato. Sulla carta e prima che iniziasse l’esperimento carcerati e guardie erano potenzialmente intercambiabili. Tuttavia, una volta cominciato l’esperimento i ruoli assegnati sembravano aver preso il sopravvento sull’identità personale. I ragazzi si comportavano come se fossero stati tutta la loro vita guardie o carcerati persino dimenticando che stessero vivendo una situazione creata in laboratorio e non appartenente alla loro vita reale.
E voi, chi avreste preferito essere per due settimane: guardia o detenuto? E’ interessante notare come nessuno dei partecipanti avesse espresso il desiderio di fare la guardia durante i colloqui preliminari.
Carcerati
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Arresto – La trasformazione dalla vita da studente universitario a quella di carcerato comincia senza preavviso. Una domenica mattina una pattuglia della polizia preleva il volontario da casa sua sotto gli occhi dei famigliari e dell’intero vicinato. Senza dichiarare l’inizio dell’esperimento e in collaborazione con il professor Zimbardo, gli agenti di polizia di Palo Alto arrestano i ragazzi con l’accusa di furto con scasso per cinque di loro mentre rapina a mano armata per gli altri quattro. Da quel momento in poi, ogni volontario selezionato per la posizione di carcerato avrebbe ricoperto quel ruolo fino alla fine dell’esperimento e la sua vita sarebbe stata molto simile a quella della maggior parte dei detenuti delle carceri statunitensi. Le procedure di rito che normalmente vengono effettuate al momento dell’arresto per i “veri” criminali vennero ripetute nell’esperimento: lettura dei diritti, manette, perquisizioni, registrazione di dati e impronte. Inoltre i ragazzi furono rinchiusi nelle celle della stazione di polizia di Palo Alto e bendati per essere poi trasferiti nel carcere simulato di Stanford.
Ingresso in carcere – Ai detenuti bendati venne ordinato di “spogliarsi e rimanere nudi con le braccia tese, le mani appoggiate al muro e le gambe divaricate. Restano a lungo in quella scomoda posizione, mentre le guardie li ignorano … Prima che gli sia consegnata l’uniforme, ogni detenuto viene spruzzato con una polvere, che dovrebbe essere un antiparassitario, allo scopo di distruggere i pidocchi che potrebbero essere introdotti nel carcere e infestarlo. Senza alcun incoraggiamento da parte dello staff, alcune guardie incominciarono a fare battute sui genitali dei detenuti … A ogni detenuto, ancora bendato, viene consegnata l’uniforme … una specie di grembiule di colore marroncino, con il numero di matricola cucito sul petto e sulla schiena … Una calza di nylon funge da berretto per coprire i capelli … Sostituisce la rasatura della testa che fa parte del rituale riservato ai nuovi arrivati nell’esercito e in alcuni penitenziari. Inoltre, coprire la testa è un sistema per cancellare uno dei segni di individualità e favorire l’anonimato entro la casta dei detenuti. Poi, ogni detenuto indossa un paio di sandali di gomma, e gli viene agganciata alla caviglia una catena chiusa con un lucchetto, costante memento della detenzione. Ricorderà la sua condizione anche mentre dorme, quando la catena gli batte sul piede e si rigira nel sonno. Ai detenuti non è concesso indossare la biancheria … Quando i detenuti si sono completamente rivestiti, le guardie tolgono loro la benda in modo che possano vedersi, nel loro nuovo abbigliamento, in uno specchio a tutta altezza appoggiato alla parete. Una fotografia scattata con una polaroid documenta la loro identità su un modulo ufficiale di registrazione dove il ‘Nome’ è sostituito da un numero di matricola. L’umiliazione di essere un detenuto è incominciata …” (pp. 57-58).
Regole, punizioni e umiliazione – Ogni comportamento e movimento dei detenuti era strettamente controllato dalle guardie e regolamentato. Ai detenuti veniva chiesto di ripetere le regole del carcere e di fare le conte, a volte anche nel bel mezzo della notte dopo essere stati svegliati con fischi e urla. Ad ogni errore, sia esso di comportamento o durante la conta, seguiva una punizione. Tranne la violenza fisica, vietata dal regolamento dell’esperimento, i carcerati furono sottoposti a punizioni come le flessioni oppure venivano obbligati a svolgere compiti più denigranti come pulire il gabinetto a mani nude o dormire senza materassi. C’era anche un ripostiglio adibito a cella dove i detenuti potevano essere rinchiusi in isolamento. Quella stanza era talmente piccola e angusta che vi si poteva stare solo seduti o in piedi, ma in nessun modo ci si poteva sdraiare. Sebbene la violenza fisica fosse stata vietata, quella psicologica non aveva ricevuto nessun’attenzione particolare. Nessun volontario che si fosse offerto per questo esperimento sarebbe stato pronto a sopportare quello che si verificò durante i giorni successivi al loro ingresso nel “carcere di Stanford”. Non entrerò nei particolari. Tuttavia, sapere che l’esperimento era stato programmato per durare 2 settimane ma fu interrotto dopo 6 giorni è piuttosto indicativo della situazione che si era venuta a creare in quella simulazione.
Conseguenze – “Subire una perdita di identità personale e un continuo controllo arbitrario del proprio comportamento, nonché la perdita della privacy e del sonno, ha prodotto in loro una sindrome di passività, dipendenza e depressione simile alla cosiddetta ‘impotenza appresa’. (L’impotenza appresa è l’esperienza di rassegnazione passiva e depressione a seguito di insuccessi e punizioni ricorrenti, specie quando sembrano arbitrari e non correlati alle azioni)” (p. 294). E’ come se, pur seguendo le regole che sappiamo essere in vigore in quel momento, venissimo puniti per altre cose a completa discrezione delle autorità. Ad un certo punto ci si sentirà troppo stanchi per continuare a combattere. La passività potrebbe a questo punto sembrare la strada migliore e ci si convincerà del fatto che non fare niente è la soluzione migliore. A questo erano arrivati molti detenuti, a non fare o dire più niente per paura di infrangere qualche regola o di essere puniti per qualsiasi altri motivo a discrezione delle guardie. Gli studenti selezionati per l’esperimento erano diventati carcerati a tutti gli effetti nella loro mente. L’immedesimazione era stata tale che a colloquio con un prete per ricevere un pò di conforto in quella situazione difficile, quasi la totalità dei detenuti si era presentata con il numero identificativo e non con il loro nome e cognome. Alcuni detenuti svilupparono estreme reazioni da stress che manifestavano attraverso urla, pianti incontrollati, e persino sfoghi cutanei. Il sacerdote ammette di aver riconosciuto nei ragazzi alcune caratteristiche della sindrome da prima condanna fra cui confusione, irritabilità, rabbia, depressione ed eccessiva emotività.
Guardie
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In Prigione – Le guardie indossano uniformi color cachi e hanno a disposizione manganello e fischietto. Inoltre, indossano occhiali a specchio che nascondono gli occhi per accentuare il distacco umano ed emotivo con i compagni detenuti. Qualche giorno prima avevano avuto modo di vedere la prigione e studiarne gli ambienti. In quel periodo di preparazione hanno imparato a sentirsi un pò come a casa ed insieme hanno redatto le regole che i detenuti avrebbero dovuto seguire una volta entrati in carcere.
Regole, punizioni e umiliazione – In questo paragrafo verranno riportate solo alcune delle diverse modalità di controllo e umiliazione adottate dalla guardie per garantire l’ordine all’interno della prigione. Ciò che segue è stato preso parola per parola dal libro poiché si tratta della diretta testimonianza del professor Zimbardo.
- “‘Non muovete la testa; non muovete la bocca; non muovete i piedi; non muovete niente. Adesso zitti, e restate dove siete’, abbaia la guardia Arnett come prima manifestazione di autorità. Lui e le altre guardie del turno di giorno, J. Landry e Markus, cominciano a brandire i manganelli in modo minaccioso, mentre spogliano e rivestono i detenuti” (p. 58).
- “La guardia Geoff Landry, fratello minore di J. Laudry, riferisce di sentirsi in colpa durante gli umilianti rituali di degradazione che costringono i detenuti a rimanere a lungo nudi in posizioni scomode. Gli dispiace di non aver tentato di mettere fine a certe cose che non approvava. Invece di obiettare, si è limitato a lasciare il ‘Cortile’ il più spesso possibile per non continuare a partecipare a quelle sgradevoli interazioni” (p. 67).
- “Lì il turno di giorno accoglie i nuovi colleghi, dice loro che è tutto sotto controllo e in ordine, ma aggiunge che alcuni detenuti non si sono ancora pienamente adeguati al programma. E’ necessario sorvegliarli, e bisognerebbe fare pressione per metterli in riga. ‘Lo faremo a regola d’arte, quando tornerete domani vedrete che riga dritta‘, si vanta uno dei nuovi arrivati” (p. 68).
- “Sebbene la prima fosse cominciata in modo abbastanza innocente, alla fine le conte notturne e quelle di prima mattina sarebbero diventate esperienze sempre più persecutorie … ‘Meglio lo fate, meno durerà’ … ‘Giratevi, mani appoggiate al muro. Non una parola! Volete che questa storia vada avanti per tutta la notte? Continueremo finché non lo farete come si deve. Cominciate a contare uno per uno.’ … ‘In fretta e ad alta voce’ … ‘Non ho sentito bene, dovremo ricominciare. Ragazzi, era lento da morire, un’altra volta.’ … ‘Stop! Vi sembra da alta voce? Forse, non mi avete sentito bene, ho detto: ad alta voce, e ho detto: chiaramente.’ ‘Vediamo se sanno farlo al contrario. Adesso proviamo a partire dall’altra parte.’ … ‘Staremo qui tutta la notte finchè non sarà come si deve.'” (pp. 70-71).
- “Si rivolge al detenuto 1037 che non ha usato il giusto tono di voce e gli chiede di eseguire venti saltelli a gambe divaricate. Quando ha finito, Hellmann aggiunge: ‘Me ne faresti ancora? E stavolta non far tintinnare questo arnese.’ Poiché è impossibile eseguire dei saltelli a gambe divaricate senza che la catena alla caviglia faccia rumore, gli ordini stanno diventando arbitrari, ma le guardie cominciano a trarre piacere nell’impartire ordini e costringere i detenuti a eseguirli. … Uno dopo l’altro, ai detenuti viene ordinato di eseguire ulteriori flessioni perchè sono stati troppo lenti o troppo aspri” (p. 71).
- “Hellmann ha escogitato un nuovo fantasioso sistema per insegnare a Jerry-5486 il suo numero in modo che non lo dimentichi più: ‘Prima fai cinque flessioni, poi quattro saltelli, poi otto flessioni e sei saltelli, così ricorderai esattamente qual è il numero, 5486.’ Sta diventando più abile e ingegnoso nell’inventare punizioni; sono i primi segni della creatività nel male” (pp. 72-73).
- “Mentre giocano a carte nei loro alloggi, le guardie del turno di notte e il direttore decidono un piano per la prima conta del turno del mattino, con l’obiettivo di stressare i detenuti. Subito dopo l’inizio del turno le guardie si piazzeranno vicino alla porta delle celle e sveglieranno i reclusi con fischi laceranti. Questa tattica permetterà al nuovo turno di guardia di calarsi rapidamente nella parte e al tempo stesso disturberà il sonno dei detenuti. il piano incontra l’approvazione di tutti e tre, Landry, Burdan e Hellmann, che mentre continuano a giocare, discutono su come migliorare il proprio ruolo di guardie la notte successiva. Hellmann pensa che sia ‘un bel passatempo’. Ha deciso che d’ora innanzi si comporterà da ‘vero bastardo’, assumerà ‘un ruolo più autoritario’ come nelle cerimonie di iniziazione delle matricole o nei film sulle carceri, tipo Nick Mano Fredda” (p. 75).
- “Alla guardia Ceros, inizialmente a disagio nell’uniforme, ora piace l’effetto di portare occhiali a specchio. Lo fanno sentire ‘sicuro e autorevole'” (p. 77)
- “In seguito, Varnish ha riferito di essere consapevole che per lui sarebbe stato difficile essere una buona guardia; perciò, aveva guardato gli altri per avere qualche idea su come comportarsi in quel contesto insolito, come facciamo tutti quando ci troviamo in una situazione totalmente estranea. Sentiva che il compito principale delle guardie era contribuire a creare un ambiente in cui i detenuti perdessero la loro vecchia identità e ne assumessero una nuova” (p. 77).
Quella appena descritta è la situazione all’interno del carcere sviluppatasi in un arco di tempo che va dal pomeriggio della domenica alle prime ore del lunedì mattina (prima della sveglia fissata per le 6:00). Se consideriamo che l’esperimento si sarebbe concluso di lì a 5 giorni, è facile immaginare come la situazione possa essere degenerata nei giorni successivi.
Conseguenze – Ricoprendo una posizione di potere e superiorità rispetto ai colleghi detenuti, le guardie non hanno mostrato particolari segni di deterioramento psicologico durante lo svolgimento della simulazione. Sebbene qualcuno si sentisse a disagio per l’eccessivo potere esercitato sui detenuti, nessuna delle guardie si oppose preferendo cambiare sezione del carcere per allontanarsi da quella situazione. Interessanti sono stati invece i commenti e le riflessioni che sono emerse durante il debriefing organizzato ad esperimento concluso. Per prima cosa, tutte le guardie comprese quelle più buone e clementi erano felici che la simulazione fosse terminata. Tuttavia alcune guardie, seppur sollevate dal non dover continuare a vessare i compagni reclusi, hanno espresso il rammarico di aver concluso prematuramente l’esperimento pensando ai soldi che avrebbero potuto fare se avessero continuato come previsto, soprattutto adesso che si sentivano di avere la situazione sotto controllo (ignorando completamente la salute psicofisica dei compagni detenuti). Inoltre, mentre alcune guardie si sono scusate del comportamento eccessivamente aggressivo e autoritario ammettendo l’abuso di potere, altre si sono sentite giustificate dal ruolo che era stato assegnato dagli organizzatori dell’esperimento. Molte delle guardie faticava a provare un senso di colpa per come avevano agito proprio perché giustificavano il loro comportamento con quello che il loro ruolo richiedeva in quel momento. Il sentirsi autorizzati a sottomettere i detenuti e controllarne il comportamento con ogni mezzo (tranne la violenza fisica) ha fornito loro un alibi e ha permesso loro di isolarsi dai sensi di colpa che avrebbero provato in una situazione completamente diversa. Molte guardie rimasero sorprese di loro stessi, del loro comportamento nei confronti dei loro compagni detenuti e delle punizioni impartite.
FINE ESPERIMENTO
Il gruppo finale di candidati considerati idonei per partecipare all’esperimento era stato creato in modo che non vi fossero differenze significative tra i ragazzi, indipendentemente dal ruolo che avrebbero ricoperto nella simulazione. Dopo solamente 6 giorni di esperimento fra i due gruppi non vi era più nemmeno una somiglianza. Le caratteristiche per le quali erano stati selezionati e che rendeva il gruppo di volontari un insieme omogeneo di ragazzi “comuni” erano state soppiantate da comportamenti tipici dei ruoli che interpretavano. Di tutti i discorsi registrati all’interno della prigione solo un 10% riguardava la loro vita personale al di fuori dell’esperimento. Il restante 90% era costituito da discorsi inerenti ai ruoli che ricoprivano. Nel caso delle guardie la maggior parte delle conversazioni verteva sulla necessità di mantenere l’ordine all’interno del carcere attraverso punizioni e regole più rigide integrate a periodi di isolamento dei detenuti. Nel caso dei carcerati i discorsi si incentravano sui maltrattamenti subiti, sulla scarsa qualità del cibo e su come fuggire dalla prigione. Ricordiamo che chiunque avrebbe potuto abbandonare l’esperimento in qualsiasi momento, ma i partecipanti avevano perso ogni tipo di individualità e non sembravano più distinguere la realtà dalla finzione. Erano completamente dominati dalla situazione che stavano vivendo tanto da dimenticare che non erano né carcerati né guardie ma studenti di psicologia che stavano partecipando ad una simulazione. Durante il debriefing conclusivo organizzato a fine esperimento, alcuni detenuti chiesero al professore se le guardie fossero state scelte anche per la loro altezza. La situazione aveva fatto percepire le guardie come più alte di quello che in realtà erano ma anche come più alte rispetto ai detenuti quando in realtà c’era un’equivalenza quasi perfetta tra i due gruppi. Inoltre, alcuni detenuti faticarono a convincersi del fatto che le guardie più sadiche ed autoritarie avessero recitato una parte. Erano piuttosto convinti che quelle caratteristiche facessero parte della loro personalità e che non stessero recitando affatto. Anzi, affermare di aver interpretato in maniera impeccabile il loro ruolo era visto come una copertura per nascondere la loro vera natura non solo ai compagi ma anche a loro stessi. Alla fine dell’esperimento il professor Zimbardo dovette ricordare ai ragazzi che “qualsiasi comportamento estremo avessero manifestato era sintomo del potere della situazione e non di una loro patologia personale. Si doveva ricordare loro che erano tutti stati scelti proprio perché all’inizio dell’esperimento erano normali e sani” (p. 271). Una volta terminata la simulazione i partecipanti erano tornati ai livelli di risposta emotiva precedenti l’esperimento.
Conoscere alcuni dei meccanismi principali che portano determinate persone a compiere gesti estremamente violenti può aiutare a comprendere l’origine di tanto orrore. Tuttavia, è importante ricordare che capire le ragioni e le circostanze che si nascondono dietro alla malvagità non ambisce in nessun modo a giustificare la gravità del gesto, ma può aiutarci ad essere più consapevoli di noi stessi e più partecipi delle trasformazioni del mondo. Il nostro agire tanto quanto la nostra passività possono influire sulla nostra vita senza che noi ce ne rendiamo conto. Allo stesso modo, ciò che facciamo al di fuori della nostra sfera personale può influire positivamente o negativamente sulla vita delle persone che ci circondano. Capire perché alcune situazioni si sviluppano in un modo piuttosto che in un altro ci rende liberi, liberi di scegliere da che parte stare. Sebbene non è detto che la decisione presa un giorno duri tutta la vita, ogni volta che ce ne sarà bisogno avremo gli strumenti necessari per analizzare la situazione. A quel punto potremo prendere una posizione in maniera più consapevole e con altrettanta consapevolezza accettare ciò che le scelte fatte porteranno nella nostra vita.
Zimbardo nel suo libro propone l’illusione ottica di M. C. Escher Limite del cerchio IV per sottolineare come una volta visto il bene nel male e il male nel bene non si possa più fare a meno di vederli insieme nella loro totalità e armonia.

Dall’immagine di Escher emergono tre verità psicologiche: (1) il mondo è pieno di bene e di male, (2) la barriera tra il bene e il male è permeabile e sfumata, (3) gli angeli possono diventare diavoli e, cosa forse più difficile da concepire, i diavoli possono diventare angeli.
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Per approfondimenti in italiano:
Oppure parole chiave:
The Stanford Prison Experiment / The Lucifer Effect (per informazioni in lingua inglese)
L’esperimento carcerario di Stanford / l’effetto lucifero (per informazioni in lingua italiana)
Zimbardo, P. (2008). L’effetto lucifero. Cattivi di diventa? Raffaello Cortina Editore









