L’importanza di raccontare e raccontarsi

Curiosando nella mia libreria alla ricerca di un’idea di apertura per questo blog mi sono imbattuta in un libro che potrebbe essere perfetto per il periodo di transizione e cambiamento che stiamo vivendo.

Questo libro è dedicato al mondo, a chiunque abbia pensato almeno una volta nella vita di cambiarlo, anche solo un pochino. È dedicato alle persone e alle loro storie e sottolinea l’importanza di raccontare e raccontarsi per generare un cambiamento. Il libro da cui ho tratto ispirazione per questo articolo è:

Re:Imagining Change

How to use story-based strategy to win campaigns, build movements, and change the world

Patrick Reinsborough & Doyle Canning

La nostra vita è fatta di storie. Non importa se siano vere o inventate, raccontate da noi o raccontateci da altri. Fanno parte della nostra vita e le danno forma giorno dopo giorno. Le storie non sono mai neutrali perché riflettono caratteristiche di chi le narra o di chi le abita. Circondano di nuove sfumature chi le ascolta per poi venire ri-narrate a loro volta cariche di nuovi particolari e significati.

Le storie che raccontiamo possono unire o dividere. Nelle recenti vicende politiche americane sono emerse diverse tipologie narrative: ad uno stile più pacato e inclusivo dell’ex presidente Barack Obama e della moglie Michelle, si contrappone una retorica spavalda e offensiva del presidente uscente Donald Trump. Mentre i primi parlano alla nazione invocando unità ed uguaglianza, Trump predilige parole che tendono a favorire una tipologia di popolazione a discapito di altre. Per anni ha descritto chiunque venisse considerato diverso dal prototipo di cittadino che lui stesso incarnava e sosteneva come se fosse la causa dei problemi della nazione. Anni di storie dominanti e aggressive sono sfociate nell’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio per mano dei sostenitori più estremisti di Trump.

Tutt’altro tipo di narrazione è quella utilizzata dal NAMES Project Memorial Quilt, spesso abbreviato con AIDS Memorial Quilt o AIDS Quilt. Fu concepito nel novembre del 1985 per celebrare e ricordare le vittime dell’AIDS attraverso coperte ricamate che raccontassero la loro storia. Il progetto fu realizzato per la prima volta a San Francisco nel 1987, ma fu con l’esposizione al National Mall di Washington del 1996 che comunicò tutta la sua forza narrativa diventando una delle opere più famose al mondo. Al Quilt originario si sono aggiunte altre coperte e l’opera è diventata troppo grande per poterla esporre interamente. (aidsmemorial.org)

La narrazione è alla base di qualsiasi cambiamento e di qualsiasi movimento che ambisca ad esso. La storia viene usata non solo per rispondere all’opinione pubblica ma per plasmare una nuova realtà nella quale inserirsi con il proprio bagaglio di esperienze. Raccontare e raccontarci dà a noi e a chi ci ascolta la possibilità di ripensarsi e di reinventarsi immaginando una realtà che ancora non esiste ma alla cui creazione saremo chiamati a partecipare.

Pensiamo per esempio al movimento #MeToo contro le molestie sessuali e la violenza sulle donne. La narrazione vuole essere inclusiva già dalla scelta dell’hashtag e incoraggia chiunque abbia vissuto quel tipo di esperienza a farsi avanti. L’esporsi di personaggi femminili dello spettacolo ha contribuito alla forza del movimento rendendolo di pubblico interesse. Così facendo anche chi non fosse mai stato coinvolto in una simile narrazione ha avuto la possibilità, grazie anche all’onda mediatica, di ripensare ad alcune realtà ed equilibri della società in cui vive.

                                  http://ithacatbtn.weebly.com/blog/re-centering-the-margins-of-the-metoo-movement 

Se pensiamo o agiamo in un certo modo è perché ciò che ci circonda tende ad influenzarci indirizzandoci verso alcuni comportamenti piuttosto che altri. Potremmo anche affermare che nella maggior parte dei casi non prestiamo attenzione ad ogni singola azione che compiamo. Inseriamo il pilota automatico ed agiamo. Come quando chiudiamo la macchina e dobbiamo tornare indietro perché non ci ricordiamo se l’abbiamo fatto oppure no.

La narrazione dominante diffusa da chi detiene il potere politico e sociale di un gruppo genera storie che raramente vengono messe in discussione. Gli atteggiamenti che caratterizzano la normalità vengono così dati per scontati entrando a far parte di un sapere/significato condiviso.

«Non sappiamo chi abbia scoperto l’acqua,

ma possiamo presumere che non sia stato un pesce»

Marshall McLuhan 

p. 29

Quando si raggiungono posizioni di prestigio si tende a raccontare storie che mettano in risalto l’impegno impiegato per raggiungere tali traguardi. Quella è sicuramente una parte importante della narrazione, ma tendiamo a omettere o sottovalutare l’importanza che alcune situazioni di privilegio hanno avuto nel nostro percorso. L’opportunità di studiare potrebbe essere considerata una di quelle, così come una famiglia che ci supporta e ci incoraggia, o un capo che crede in noi e ci dà la possibilità di migliorarci e metterci alla prova. Anche solo la parte del mondo in cui nasciamo e viviamo spesso può fare la differenza e, senza necessariamente scomodare paesi o emisferi diversi, persone che crescono nelle periferie possono avere meno opportunità di altre che vivono in altri quartieri con maggiori servizi. Questi privilegi fanno parte dell’acqua che il pesce non riesce a “scoprire” proprio perché viene data per scontata.

La presenza di dinamiche di potere all’interno delle storie che raccontiamo ci può portare a dire frasi come: “Se quella persona si fosse impegnata quanto me forse avrebbe raggiunto risultati migliori nella sua vita.” Filtrare storie di altre persone attraverso esperienze personali innesca un meccanismo così difficile da individuare e controllare che spesso non ci accorgiamo nemmeno del momento in cui prende vita attraverso le nostre parole. Tendiamo così a considerare semplici osservazioni ciò che in realtà si rivela essere un giudizio. Altra insidia narrativa è rappresentata dalle classiche frasi è così che vanno le cose oppure che ci vuoi fare, così è la vita. Queste espressioni non lasciano molto spazio all’azione e danno per scontato il fatto che non ci sia niente che possiamo fare o raccontare per cambiare le cose.

Uno degli assunti più comuni nelle narrative di detenzione del potere è il mito di controllo del “non c’è nessuna alternativa”.

p. 104

Accogliere l’esperienza di chi sta condividendo con noi una storia senza giudicarla ci permette invece di riconoscere che dietro ad ogni parola c’è sempre un vissuto che, se condiviso, può arricchire chi lo ascolta. In un’epoca in cui si tende a difendere le proprie idee giustificandole attraverso i propri condizionamenti personali, ascoltare senza pregiudizio le storie degli altri può rappresentare un primo passo verso nuove opportunità.

Quando la cultura si muove, il potere si muove.

 Quando la storia cambia, nuove possibilità emergono. 

p. 15

Reinsborough, P., & Canning, D. (2010). Re:Imagining Change – How to use story-based strategy to win campaigns, build movements, and change the world. PM Press.

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